Qualsiasi uomo, qualsiasi atleta ha sperimentato paura. Paura di perdere, di deludere, di non essere all’altezza del compito, di farsi male, etc..

Solitamente si esorta i malcapitati a rispondere con frasi del tipo: “Non avere paura”, “Coraggio”.. “Non ci pensare”. E altrettanto frequentemente, l’effetto che si ottiene è praticamente nullo se non controproducente. 

Questo principalmente per due ordini di fattori:

Il primo perché, la paura, è un sistema ancestrale, che in termini di sopravvivenza, risulta fondamentale per l’uomo e per fortuna  madre natura ce lo ha reso patrimonio genetico. Il secondo perché non esiste una parte del cervello deputata al coraggio mentre ne esiste una dedicata alla paura. 

Pertanto conviene invece partire dal presupposto che la paura non è evitabile e soprattutto non è detto che sia negativa.. anzi. Sono negative alcune risposte che mettiamo in atto che non utilizzano la paura nel modo più vantaggioso.  Tipo evitare le situazioni, cercare rassicurazioni, sminuire la competizione, etc.. 

Un noto psicologo afferma: “La paura evitata diventa timor panico, la paura guardata in faccia diventa coraggio”. Che vuol dire tutto ciò; che la paura può e deve essere utilizzata , è infatti la paura utilizzata che noi in realtà chiamiamo coraggio.

Nasce quindi la ricerca di quell’atteggiamento consapevole che tende non ad allontanare,  ma a considerare quell’emozione come un motore importantissimo per affrontare la prova,  per poter trarre sostegno a discapito di una paura più grande..quella della delusione di non averci provato. 

Mettere nella propria borsa la paura assieme alle scarpe da gioco e all’accappatoio significa cominciare a considerare la paura uno strumento in più, che mi ricorda costantemente  quanto amo lo sport che pratico e quanto voglio continuare ad emozionarmi con esso. 

Riccardo Parrini